• Claudio Longo

Direzione Capo Nord - Il limite artico norvegese

Aggiornato il: 11 mar 2019

Il punto più a nord d'Europa diventa realtà. In 20 giorni i passi di un viaggio sognato, una meta ambita per il viaggiatore che vuole andare oltre e sentirsi più in alto che mai...



Ho sempre adorato i confini e in tutta franchezza non saprei dire con precisione il perché. Forse la perenne sensazione che oltre un confine non ci sia altro che il mare, che infrangendosi contro la terra, lascia intendere all’essere umano che d’ora in avanti sarà lui a alimentare il circolo dei nostri pensieri.

Nella mia immaginazione c’era anche la voglia di tornare a calcare l’intenzione che un viaggio senza prendere aerei, nascondeva dentro sé, il fascino di vivere un aspetto emotivamente più forte: un impatto che riesca a saziare con più voglia il desiderio di vivere incontri umani con una frequenza maggiore e di seminare tappa dopo tappa ricordi più forti.





Aspetta!!! Perché vuoi andare proprio a Capo Nord?


Già da qualche anno quest’idea affascinante si era instaurata nella mia mente da viandante. Era qualcosa che profumava di viaggio diverso, uno di quelli dove dovresti partire non avvisando nessuno, spinto da quell’onda sbarazzina che si trasforma da volontà in azione, lasciando al bando altre incertezze e preparativi, e pensando che ti dovresti curare solo di una grande dilemma: sarà giusto investire 35€ per comprarsi una giacca anti pioggia, oppure il tempo sarà clemente con me e mi lascerà tregua durante i miei innumerevoli spostamenti tra un traghetto, un bus e un treno?

Era questo il pensiero che mi ronzava nella testa a poche ore dalla partenza, mentre passeggiavo fra i negozi di Bergen e trascorrevo i miei ultimi momenti nella città che era stata la mia casa per i quattro mesi precedenti. Alla fine ho deciso di rischiare e salvare quei soldi per il pasto successivo e quindi sono tornato a casa per occuparmi della sistemazione del mio zaino formato macigno.

A parte quel pensiero accantonato nel giro di mezz’ora, nella parte successiva sono riuscito a chiudere con molta destrezza il mio bagaglio e, posizionandomi per l’ultima volta, davanti a quella finestra dalla vista fiabesca, trovare finalmente la lucidità per vivere la suggestione della mia lenta e ammaliante attesa.



Vivere la partenza.

Avevo una pazza voglia di andare via, nonostante Bergen si fosse qualificata di diritto alla Champion’s League della città più attraenti da me vissute, ero annoiato di percorrere le solite vie che dalla funicolare del monte Fløyen, mi portavano a casa nel giro di dieci minuti.

Eppure, sino all’ultimo momento non ho voluto mai dare nulla per scontato, oltre la bellezza che mi circondava: il porto accerchiato dai gabbiani affamati e festanti, il suo cielo ancora sereno alle undici di sera, le sue strette vie ordinate e pittoresche, la gente vestita di un encomiabile e sbalorditivo rispetto e ancora quell’aria presente in città, che cosi limpida e pura, voleva che ne respirassi ancora.

Si, appunto respirare ancora, ma fuori da quel contesto, soprattutto perché avevo come la sensazione che non appena il cartello di Bergen mi avrebbe detto “arrivederci”, i miei occhi avrebbero avuto davvero un motivo in più per emozionarsi e rincorrere le velature del paesaggio autentico.



Finalmente tu

“ Cosa ti aspetterai da me lungo questo percorso di 2800 km? Non crederai mica che toccando quel mappamondo in ferro e farti la classica foto di rito nel punto più a nord d’Europa sarà sufficiente per farti sentire realizzato, vero? Lo sai bene Claudio che questa fuga riuscirà a risplendere del suo valore soltanto se saprai abbandonarti all’incertezza, e capire che l’emozione risiede in quello che adesso non vedi, e non in quello che immagini. “


Credo che cercare un contatto e un feeling con il nostro personale viaggio, vuol dire fare un primo passo verso noi stessi e avvicinarsi all’intenzione che sarà pronta a spalancare i nostri occhi con più sentimento.

Forse, il paesaggio quella mattina non mentiva e scorrendo in ripetizione, cominciava ad accarezzare le mie guance che sorridevano di soddisfazione, attraverso quel finestrino del pullman che era sulla strada in direzione Ålesund.

Già, la stessa strada che quel giorno si è interrotta per ben quattro volte, perché appunto per i medesimi momenti la terra ferma terminava, per lasciare spazio ad un traghetto che in pochi minuti apriva un nuovo scenario, riempito di azzurri profumi offerti da quella terra magica.




Lungo un dettaglio in movimento

Scorrevano distesi quei giorni e, senza avvertirmi della loro velocità, scolpivano nella mia memoria alcune immagini che timbravano il valore del singolo momento, e intanto mentre il corso dei miei pensieri si evolveva e provavo con testardaggine a far nascere una poesia, restavo colpito da una signora che accompagnata da suo figlio, non più grande di quattro anni, saliva sul pullman verso Trondheim. Solo dopo mi sono accorto che si erano portati con loro una bicicletta con un seggiolino blu, che tirarono fuori dalla stiva soltanto 60/70 km dopo, ossia, quando scesero nel bel mezzo di una campagna raccolta da numerose balle di paglia che incoronavano un paesaggio spoglio, comandato da un deciso vento di tramontana che spostava con forza il suo k-way e i capelli a caschetto del suo piccolo, che non smettendo di piangere, probabilmente non capiva dove si trovasse.

Non sapevo dove quella donna stesse andando, ma qualcosa dentro mi diceva che la sua direzione chiamava un posto fortemente desiderato e la volontà di vivere al tempo di un respiro, tutto quello che c’era attorno. Diciamo che mi piace pensare che quella donna bionda, armata di tenacia, si sia svegliata quella mattina con la voglia di finire in quel punto specifico per tornare a fare fluire la sua libertà e farla vivere per la prima volta, anche al suo bambino che dominato ancora dalle sue lacrime, presto o tardi avrebbe capito il gesto di sua madre nel fargli vivere la natura.



Inoltre, credo che il “gesto”, sia una caratteristica interpretata come un pregio dalla popolazione norvegese. Magari il “ rispetto e l’aiuto del prossimo “ è il nome di una materia che studiano a scuola sin da bambini e che tanto riescono a distinguerli anche da adulti.

Ho cominciato a credere questo quando non appena arrivato in una fredda e buia Trondheim, mi sono reso conto, che il mio alloggio notturno distava sette km dalla stazione ferroviaria. Una distanza percorsa a piedi attraverso gallerie e strade alquanto ambigue, sino a quando un signore illuminandomi con i fari ( senza che io avessi alzato un dito o chiesto niente), si fermò chiedendomi se avessi bisogno di aiuto, dandomi quindi un passaggio sino a destinazione.

E ancora, come non potrei non citare il piacevole incontro di un cantante jazz svedese che trovai durante la mia attesa notturna del mio treno verso Bodø. Una persona straordinaria che a cavallo della sua passione per la musica, in venti minuti all’interno di quella sala d’attesa profumata di caffè del suo distributore, è stato capace di stendermi di passione grazie a suoi racconti di viaggi e concerti in giro per il mondo.




Il mare visto dall’isola

Il fascino di quei spostamenti che man mano mi avvicinavano alla meta conducevano i miei passi sulla nave postale che dal porto di Bodø, avevano previsto una svolta del tutto particolare e sicuramente da me sentita come il cuore pulsante dell’esperienza.

Perciò le isole Lofoten, mi accolsero sbattendomi in faccia tutta la loro bellezza, con un tramonto dipinto di archi rossastri, e velate forme rosa che accoglievano la realtà che io fossi davvero li.

Ma era solo l’inizio della trama, perché è stato proprio grazie al contatto con questo arcipelago che ho capito o meglio ho compreso, la conferma che il fascino vive nell’imprevedibile; dove l’impatto emotivo ricevuto dal mio sguardo, mi sorprendeva a tal punto, che ogni volta mi costringeva a frenare di colpo l’auto noleggiata nella prima piazzola, sorprendermi per la meraviglia inattesa, prendere confidenza col luogo, scattare una fotografia e accomodarmi nel suo splendore per sentire l’energia che era pronta a trasmettermi.

E credetemi, alle isole Lofoten c’è un motivo in più per ritrovare la sensazione perduta…

È successo nei pressi di Henningsvær che una coppia di montagne aveva deciso di riunirsi per la ragione di piacersi e specchiare la propria bellezza su di un lago, che abbracciato da alcune rocce, vedevano la mia presenza stupita, che disegnavano con grazia nelle mie pupille la ragione dell’incanto.



È successo sulla spiaggia di Bleik, nelle vicine isole Vesterålen, quando una svolta casuale mi ha condotto in questo luogo che attraverso una leggera foschia e un cielo di un grigio chiaro, confondevano la mia ombra, lungo un immagine che incoronavano un silenzio da ascoltare sino al profondo dell’orizzonte.



È successo ad “Å”. Si avete capito bene ad “Å”… Il villaggio col nome più piccolo al mondo, che ha frenato la mia marcia verso un punto dove non c’era più ritorno, lungo l’isola meridionale di Moskenesøya, che attraverso un sentiero allungato da un piccolo ponte, un faro arancione accarezzato dal vento autunnale e uno scoglio lungo l'acqua, riusciva a ritrarre nel suo sfondo inedito un folto gruppo di gabbiani seduti in contemplazione, lungo il rumore che il padrone mare gli lanciava. Quel dipinto venne cosi nominato come “ la riunione dei gabbiani “ .

Il momento era surreale. Uno di quelli dove non potevo non sentirmi solo e realizzavo di disegnarmi completo nella mia incompletezza irrisolta.

Semplicemente osservazione per incrementare un ottimismo quotidiano, che come una linfa irrinunciabile ricaricava il mio status of mind ad un totale livello di ispirazione.

È successo ancora e ancora, ma per questo conserverò un altro sfogo che parlerà con più fascino delle Lofoten.



Ormai durante quegli ultimi momenti, vagavo come un vagabondo che non sapeva più come ripararsi dalle emozioni che mi toccavano senza tregua; le stesse che fluttuavano nell’aria come foglie di un autunno colmo di ragione di esistere, e che presto avrebbero riportato il mio sguardo in una nuova navigazione, dal porto di

Svolvær alla città di Tromsø.




Sensazioni lungo la meta vicina

Mi sentivo carico e pieno di me, lungo quel mare che sbatteva con violenza i colori della bandiera norvegese sulla prua della mia nave ricca di aristocratici e pensatori e, che mi vedeva come un bambino irrequieto alla ricerca del mio spazio per sentirmi sempre più in contatto intimo, con il mio desiderio di voler ricavare un fresco pensiero.

Avevo a disposizione sedici lunghe ore per ritagliarmi un angolo tutto mio, e godermi il continuo scenario offerto. Attimi dove quella nave spinta dal volersi lanciare oltre l’onda pesante, segnava scene e sguardi di persone che non potranno cancellarsi dalla mia mente. Quella signora tedesca che vedendomi infreddolito nel pieno della mia serata trascorsa su una poltrona all’esterno nel piano superiore della nave postale, ha avuto la gentilezza di portarmi una tazza di the caldo, senza sapere chi fossi o come mi chiamassi. Oppure, quella ragazza in meditazione che appoggiata a quella sottile ringhiera, era persa nel fumo della sua sigaretta, e sembrava che con il suo sguardo folle chiedesse ai venti del nord e al mare, un’emozione in più per scatenare gli inferi delle sue passioni sepolte.

E proprio mentre mi stavo accaldando sotto la protezione del cappuccio della mia giacca, e quel the sul tavolino accanto a me, lentamente sfumava nel suo profumo, l’urlo proveniente dall’altoparlante annunciava un importante novità.

Niente panico! La cucina non stava andando a fuoco, ne tantomeno, la nave stava affondando per colpa di uno scoglio non visto. Il comandante di bordo con la sua voce colma di orgoglio voleva solo avvisare i suoi passeggeri che un piccolo dettaglio era presente su in alto al nostro sguardo…

Era proprio cosi cari ragazzi. Ed io nella mia mascherata fermezza non potevo crederci. Sua maestà “l’aurora boreale” quella sera al suo prematuro esordio stagionale, raccolse l’attenzione di oltre 500 passeggeri, che quella sera restarono incantati dal suo spettacolo vivente. Gente sorpresa, volti devoti al cielo e sguardi accecati, consacravano l’arrivo di lei che con la sua possente libertà si esprimeva lungo l’altura di un volo dipinto.

Che cosa potevo fare? Soltanto sedermi in un angolo lontano della platea, in disparte dalla prima fila, proprio nella categoria dei solitari che non pagano il biglietto e godermi il mio spicchio di riflessione lungo quella notte infinita, che chiedeva ai miei occhi svegli di accarezzarmi di senso.



Foto scattata a Tromsø la sera successiva


I passi di gloria

Al termine del mio passaggio di due giorni a Tromsø e del nuovo imbarco su una nuova nave che dopo altre sedici ore attraccava a Honningsvåg, ormai, soltanto trenta km mi separavano dalla fine di questo viaggio desiderato da sempre.

Ma la mia mente per un attimo tornava a rifugiarsi nel bambino che era in me, quando sulla cartina geografica vedeva quelle nazioni unite a forma di cane, che nella loro unione prendevano il nome di “ Scandinavia ”, e tutto nella mia visione infantile mi sembrava cosi inarrivabile, cosi impossibile, da farmi chiudere quel libro, scagliare l’ottimismo nel mio sottobanco e rifugiare i miei sfoghi evasivi nel solito disegno della mia casetta, distante un sentiero, in prossimità di una montagna con il vicino sole sorridente lungo il percorso fiorito.

Nient’altro, aldilà di quel pezzo di carta cosi utopicamente frammentato, alla età di 6 anni, mi avrebbe confermato che un giorno mi sarei realmente trovato sulla strada verso Capo Nord. Perciò, quando ricco anche di questo pretesto, quel giorno, realizzai di essere arrivato cosi in alto, e di trovarmi davvero in Norvegia, decisi che il mio arrivo al confine, sarebbe dovuto essere del tutto inedito.

Quindi dopo aver trascorso una notte in un classico albergo per camionisti lungo la statale di Honningsvåg, decisi di svegliarmi molto presto quella mattina e concludere quegli ultimi venticinque km sulle mie gambe prima di toccare il mappamondo dei miei sogni.

Il risultato di quei passi attesi?

Al n.3. La mia mente, che stanca ormai di mandarmi a ripetizione a quel paese, implorava al mio pollice di alzarsi per fare quel benedetto autostop mentre auto e caravan mi schivavano a ripetizione.

Al n.2. Un gregge di renne che lungo un’altura accerchiata da una possente nebbia, cominciò a galoppare, venendomi incontro e facendomi impaurire senza nessun motivo, sino a quando mi videro correre come uno stupido, con i miei amati scarponi neri che senza più suola erano esausti ma felici, di farsi l’ultimo viaggio con me dopo anni di avventure.

Al n.1. La pioggia. Quella stessa pioggia che per tutto il resto del viaggio mi aveva graziato non facendo scendere neanche una goccia, che avrebbe potuto smentire la mia ingenua scelta di non comprare quel k-way a Bergen.

Nessuna goccia che infondo che non ha bagnato il mio corpo, quanto infondo sia stata bagnata la mia anima, mentre allo scoccare di quei lenti passi e della mia fronte sudata, incoronavano il mio arrivo a Capo Nord con una tempesta di acqua che mi fece stringere i miei pugni, salire quei tre scalini, alzare il mio sguardo e sorridere per il gusto di avercela fatta.







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Claudio - Travel Writer

Ciao viaggiatore, sono Claudio.

 

Un giorno di 6 anni ho deciso di cominciare a viaggiare vivendo finalmente in condizione dei miei sogni.

Da allora ho vissuto a Londra, Malaga, New York, Auckland, Bergen, Perth e ho avuto il privilegio di visitare più di 30 paesi nel mondo.

Viaggiando ho scoperto la passione per la scrittura e in questo tempo mi sono auto prodotto 2 romanzi ispirati alla mia vita, ho un Podcast motivazionale su Spotify, scrivo poesie e gestisco questo blog che mi offre la chance di condividere la mia vita con te.

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