• Claudio Longo

Un alieno in Islanda

Aggiornato il: 25 giu 2019


Una catapulta di circostanze che bussavano alla porta delle mie voglie, gli snodi e i binari di uno strano destino, le emozioni estreme e le distanze infinite urlate al confine nord del continente europeo.

Volevo solo osservare l’aurora boreale …


Tutto è cominciato nello stesso e identico modo di sempre: con un desiderio che prendendo il sopravvento, riusciva a impadronirsi della mia mente, tamburellante di testardaggine e pulsante di un capriccio, che ha rintoccato sino a quando non è stato esaudito.

Erano anni…

anni e ancora tanti altri anni che pensavo a lei. Una romantica ossessione che colorata di un verde magico schiariva i miei occhi addolciti dalle lacrime, mentre sognavo e osservavo da uno schermo questo fenomeno abbattersi nei cieli nordici.

Ho scelto l’abbraccio tra l’anima e la mente…

e approfittando di questa geniale energia (che non so quanto durerà) ricevuta da un santo benevolo che mi osserva divertito da un lontano paradiso, decido di perseverare e andare a fondo a questa cosa una volta per tutte.

Una telefonata di un mese prima…

mentre ero all’aeroporto di Amsterdam, diretta verso un tetto sperduto di una casa di Liverpool, mi metteva in contatto con Giacomo per parlare di questo viaggio che avremmo intrapreso.

Eh si signori, proprio cosi! Era lui, che con una voce non chiusa da barriere di vergogna, avanzava come un navigatore impazzito verso l’idea più provocante e che calzasse meglio alle nostre aspettative vogliose di un altro decollo.


“ Quante mete,

le tue voglie cullate dalla notte

esaudite da una voce mai stanca,

Da una bussola che non conosce educazione

né direzione. “





Era già tempo di volare…

e di ritrovarsi in un colossale stupore a Reykjavik. In cuor mio stavo gioendo, perché mai avrei pensato di aver un giorno calcato i passi di una capitale, di cui non ne pronunciavo il nome dai tempi delle elementari, quando col mio compagno di banco ci sfidavamo senza sosta con quiz sulle capitali del mondo, e intanto gioivo di piacere sull’unica materia che mi veniva naturale studiare.

Ma la realtà è andata avanti …

e chissà dov’è lui adesso (mi domando per un istante), mentre io cammino in bilico tra le strade della capitale dai tetti colorati, rivestite nel suo gelo da una cristallina lastra di ghiaccio, e che al momento, ha l’intenzione di farmi rompere una gamba a tutti i costi, mentre osservo la sua cattedrale gotica e, immagino i negozi del centro aperti costatando che erano appena scoccate le cinque del pomeriggio.

Tristezza, freddo, solitudine.

Sono soltanto stupidi alibi che un viaggiatore deve combattere, al cospetto di un’impressione che riceve, quando si trova davanti una città desolata e che persa nel suo abbandono, ti lascia spiazzato di uno sguardo, che cerca un brivido diverso che non sia quello del freddo proveniente deciso dall’Atlantico.




Ma è tempo di darsi una scrollata…

di non badare alle abitudini degli islandesi e ricollocare il focus verso il sogno che a ridosso del circolo polare artico cominciava a toccare la probabile verità.

Fortunati come non mai…

Io e Giacomo, ci ritroviamo con altre 22 anime su un pullman che di lì a poco ci avrebbe condotti ad un parco nazionale, poco distante da Reykjavik, e fatto appostare su di un grande prato con la dolcissima temperatura di -8°.


Posto finestrino per me please….

mentre sedevo, brillavo nell’anima e smarrito nel buio della notte in cerca di luci abbandonate, allungavo il mio sguardo per perdere il contatto del vociare e pensare per un attimo al mio futuro che cavalcava sull’onda di quelle note raccolte dalla suspence del momento in corso.




È cosi che voglio vivere la mia vita.

Come un lungo viaggio in pullman mentre mi dirigo in un parco sperduto, e mi trovo davanti uno scozzese ubriaco che vive la sincera emozione nel cuore, e con la sua melodica sensibilità che somiglia a quella di un bambino che si sente finalmente ascoltato, riesce a tramandarmi un significato che sto cercando tutt’ora di dedurre a distanza di anni.


Ma torniamo a noi….

al freddo polare, e al profondo sentimento di un’attesa che ha spalancato nei suoi secondi interminabili le mie certezze, le lacrime bagnate da un paesaggio irreale e dal fiato sospeso di un’anima imperterrita alla ricerca del contatto ossessivo con la sua libertà.

Il quadro…

atteso da anni si dipingeva nel cielo con l’improvvisazione di una strafottente evasione che appariva, si mostrava e, usciva dalla scena tutte le volte che voleva; come un’attrice sicura del suo copione, e condannata soltanto da una profonda ricerca interiore che scavava nel profondo di uno spazio che rifletteva sui nostri occhi affascinati; l’aurora boreale al termine del suo spettacolo chiuse le tende del teatro e ricevette il giusto plauso dal suo credente popolo.

La strada, il niente e la naturalezza …

Mi hanno condotto alla scoperta di cascate naturali, di caverne di ghiaccio, di praterie comandate da qualche cavallo selvaggio e da una prosecuzione, che in preda alla mia voglia di assuefazione, mi spingevano più in là: verso energiche distese che davano ragione alla scelta di trovarmi lì.



Spendo una nota…

per il mio compagno di viaggio che perseverante più me, è stato in grado di darmi quel pizzico di coraggio, che al sottoscritto manca sempre per passare dal pensiero all’azione.

Le sue opinioni nutrite di consapevolezza ed evasione hanno contagiato anche me, a tal punto che oggi posso dire che è grazie alla sua sognatrice ostinazione, che ho compiuto la metà dei viaggi fatti in questi 5 anni.

Sentirmi fortunato per averlo vissuto in quella esperienza è dire poco.


Grazie J.



L’epilogo e la spiaggia nera…


Portava avanti e accaniti i miei passi, che ingigantiti dalla neve incessante avevano ormai cancellato il sentiero che era solo guidato dal rumore dell’oceano che sentivo più che mai vicino.

Gli occhi appannati dalla tempesta andavano da soli, a costo di cadere, farsi male e sanguinare di un urlo sconosciuto che ventoso e selvaggio mi stava spingendo al confine del mio limite: della bellezza trascendentale che spingeva onde appuntite da un coinvolgente uragano di sogni.

Proseguivo cosi, volendo chiedere tutto e niente alla mia vita in gioco, nel mio animo in cerca di una profondità più sincera, per urlare, cercare i motivi e, venire a capo delle mie domande esistenziali che trovano fame quando hanno davanti luoghi dall’esaltazione emotiva.


Sentirci come un iceberg.

Pesco una delle gocce più interessanti di quel viaggio, quando nella mattina di quel febbraio, lungo il lago glaciale di Jokulsarlon, un iceberg si allontanava nel silenzio della sua natura istintiva per andare incontro ad una direzione dettata dall’assenza di ostacoli.

Questa immagine che ha dipinto i miei occhi in quella silenziosa mattinata comandata dal senso di una calma ribellione, mi ha dato la consapevolezza di sentirmi più vero davanti ai miei pensieri, che chiedevano un sintomo di autostima maggiore per agitare con più arte il significato di questo viaggio.

Mi sento in pace con me stesso.

Nel giorno del decollo da questa terra cosi maestosamente magica per la sua diversità, padrona di fenomeni naturali, da vaste scoperte glaciali e di una cultura limpida, da cui apprendere per uno straordinario esempio di forza e lealtà.

Mi sento in pace con me stesso.

Nel giorno in cui la vita continua… il viaggio prosegue nel suo significato riuscito e il sogno lascerà posto ad un altro sogno.


Grazie Islanda.




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Claudio - Travel Writer

Ciao viaggiatore, sono Claudio.

 

Un giorno di 6 anni ho deciso di cominciare a viaggiare vivendo finalmente in condizione dei miei sogni.

Da allora ho vissuto a Londra, Malaga, New York, Auckland, Bergen, Perth e ho avuto il privilegio di visitare più di 30 paesi nel mondo.

Viaggiando ho scoperto la passione per la scrittura e in questo tempo mi sono auto prodotto 2 romanzi ispirati alla mia vita, ho un Podcast motivazionale su Spotify, scrivo poesie e gestisco questo blog che mi offre la chance di condividere la mia vita con te.

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