Una corsa nel mondo per conoscere me stesso

Ha deciso di mollare tutto lui. Ha distrutto una casa per ritrovarsi in un castello, conoscendo un nuovo sé dopo un viaggio di un anno in Asia.

Prima geometra. Poi maratoneta, scrittore, sognatore e uno spirito in continua evoluzione.

Scopriamo insieme i punti di vista di Simone.






Qual è il limite maggiore che ti ha indotto a non bastarti più? Qual era la mancanza maggiore che lamentavi in te?

Sai, quando ho cominciato ad avere coscienza che il running fosse più di un semplice sport, ho cominciato a capire che ogni cosa ruotasse intorno a me fosse superflua. In fin dei conti il mio lavoro da geometra libero professionista consisteva a risolvere problemi, e per quanto fosse ben remunerato, non mi rendeva libero, mi opprimeva, mi spegneva e questo generava negatività intorno alla mia sfera; più questo malessere cresceva e più dentro di me sentivo la voglia di evadere.


La corsa ha fatto sì che mi sentissi libero, senza cellulare e senza persone, senza lamentele, solo con me stesso, con i miei pensieri ed i miei sogni. La risposta viene da sé: cosa mancava? La libertà!



In questo tuo deciso desiderio di cambiamento, credi che il viaggio sia stata la mossa vincente per trovare nuova energia?

Ti dico una cosa che forse non ti aspetti: mi ha dato più energia organizzare il viaggio ed il fatto che stessi mollando tutto, che il viaggio in sé per sé.


Avevo le farfalle nello stomaco nel momento in cui ho cliccato il mouse su “acquista biglietto di sola andata”. Ciò che ho fatto in Asia per un anno mi ha dato molto altro, è stata un’energia positiva duratura, una ricerca costante della felicità che mi ha permesso di arricchire lo spirito; mi ha insegnato alcuni aspetti della vita che non avrei mai e poi mai potuto apprendere, a portare rispetto a me stesso e a dare un valore diverso ad alcuni fattori della vita che nel quotidiano lasciavo scivolare.

Parliamo dei carattere dei luoghi.

C’è un posto su tutti che è stato in grado di scuoterti? Di provocarti una energia nuova e dare profondità e valore alla tua vita?

Ho un modo di viaggiare in cui prediligo studiare gli usi e i costumi piuttosto che visitare musei.

Durante l’anno asiatico, ogni paese ha scritto una pagina importante su ciò che stessi realizzando. Il Sud-Est Asiatico mi ha insegnato a riflettere ed affrontare la vita in modo pacifico e sereno. Tutto può accadere e tutto è transitorio.


Il Myanmar, il Laos o il Nepal Himalayano mi hanno dato la visione di un mondo dove la tecnologia non è ancora il punto cardine della vita quotidiana. Però, ciò che mi ha trasmesso l’India, penso non si avvicini minimamente a tutto il resto. L’equilibrio che si trova nel caos indiano ti permette di vivere ogni giorno, ti insegna cosa voglia dire “istinto di sopravvivenza”. Per assurdo il posto più bello mai visitato è stato lo slum (baraccopoli) di Mumbai, dove sono stato ospite di una famiglia in cui vivano in sette su 20 mq, tra immondizia, calcinacci e fili penzolanti. L’unica cosa che avevano era il sorriso.


In seconda battuta, vedere una cremazione in diretta a Varanasi sulla riva del Gange credo sia stata una di quelle esperienze da brividi, da provare una volta nella vita. L’India mi ha trasmesso un’energia spirituale ed emotiva senza eguali: è come andare su Marte, non sai cosa puoi trovare. Una ragazza un giorno mi disse:


“l’India non è una nazione, ma è una sensazione”.


Immagino che nel tuo straordinario percorso ci saranno stati tanti momenti importanti. Ti va di svelarci una esperienza in particolare che è stata in grado di sfidare i tuoi limiti emotivi e migliorarti nel tempo?

Non ho mai avuto paura di morire. Non sono mai stato uno spericolato, ma considero la morte come un passo della vita. Nel corso del trekking all’Everest Base Camp fatto in autonomia, nella scalata di un passo a quasi 5000 metri, una bufera mi avvolge durante la discesa a valle. Ero solo e a causa della neve non vedevo più nulla. Sono caduto e ricaduto, mi sono rialzato, ma poi mi sono arreso. Non c’era una via da seguire ed il freddo cominciava a penetrare nelle ossa. Ho iniziato ad avere paura. Ho pensato ai miei genitori, a chi mi voleva bene, a tutto il cammino intrapreso e che mi aveva portato fin là. Capii che avevo giocato con la vita in maniera troppo superficiale, un bene troppo prezioso che non andava ne’ preso in giro ne’ perso.

Quando uscii da quella tempesta piansi molto, anche a distanza di tempo. L’Everest non ti mostra soltanto i tuoi limiti fisici, ma anche quelli psicologici. Quelle tre settimane sono state un viaggio spirituale all’interno del viaggio stesso.

La tua storia magnifica è stata poi coronata anche dalla scrittura di un libro intitolato “Curry, Buddha e Maratone.”

Ci sveli il desiderio maggiore che ti ha spinto a scrivere?


Ricordo quando scrivevo il libro nella Biblioteca Nazionale a Roma, in alcuni momenti durante la scrittura mi alzavo ad andavo in bagno a piangere per i ricordi che erano ancora vivi.


Durante il viaggio avevo una pagina Facebook in cui postavo foto e scrivevo aneddoti. Questo mi creava una piccola soddisfazione personale e generava curiosità anche negli altri, soprattutto nella generazione nata a cavallo tra gli anni ’50 e ‘70.


Scrivere un libro era anche un modo per rendere fieri i miei genitori dopo tutte le pene scolastiche che avevo fatto passare loro durante l’adolescenza, ma anche un modo per incoraggiare i ragazzi a viaggiare o fare un altro tipo di esperienza significativa. Una cosa che dico spesso, non solo ai ragazzi, ma anche a persone di età avanzata che sono stanchi della routine: non c’è un tempo limite per realizzare i propri sogni.




Quali sono secondo te i limiti principali che denoti oggi in un ragazzo italiano? Se in questo momento dovessi avere davanti a te una persona chiusa, negativa, ma in fondo vogliosa di viaggiare, cosa gli consiglieresti?

In Italia c’è un’enorme differenza tra viaggio e vacanza. In 365 giorni passati in Asia ho incontrato sulla mia strada circa 20 italiani soltanto. La maggior parte di essi passavano le vacanze. Le prime tre domande che mi venivano poste al rientro dal viaggio erano: cosa hai mangiato? Quanto hai speso? I bagni degli ostelli erano sporchi?


C’è questo enorme pregiudizio secondo il quale, ad esempio, l’India viene etichettata come sporca, una vacanza in Thailandia è fatta solo di mare e sesso e il Myanmar è visto come un paese canaglia. Vorrei inoltre denunciare il fatto che ci sia un’ignoranza pazzesca sulla geografia generale.


Credo che l’italiano sia indietro anni luce sotto questo punto di vista. L’anno sabbatico in viaggio è visto come una perdita di tempo e non come un arricchimento spirituale e di senso della vita, come invece viene intrapreso nei paesi del nord Europa e fuori dal Vecchio Continente. Abbattere alcuni stereotipi e gettarsi fuori dalla comfort-zone senza paura penso sia già un ottimo inizio, il resto verrà strada facendo.


Com’è il tuo comportamento nella quotidianità adesso? Parli spesso del viaggio e dei tuoi passi personali alle persone invogliandole alla positività oppure vivi tutto con una spiritualità che non smuove le vite degli altri?

Sul mio blog campeggia una frase:


“Lo giuro, c’è qualcosa che è ancora meglio di raccontare il meglio: è tacerlo!”



Sbatto spesso contro un muro di insoddisfazione post racconto dei viaggi. È raro trovare qualcuno che ti riempia di domande o che stia ad ascoltarti con tutto se stesso, non facendoti spegnere l’entusiasmo. Spesso quindi mi ritrovo ad evadere e a soffrire dell’irrequietezza del viaggiatore, non riuscendo a stare più di tanto in un posto.


Cerco di parlare spesso di ogni avventura che ho intrapreso: è un modo anche per tenere vivo il ricordo. Dopo l’Asia, ho fatto altre esperienze: ho lavorato all’estero e grazie ai proventi del libro devoluti in beneficenza, sono andato in Senegal in una missione/orfanotrofio per un mese. Di conseguenza ne ho di materiale da raccontare. A volte ricevo dei complimenti, il che fa piacere, mi dà la carica e fa crescere l’autostima. Ma è difficile smuovere la vita degli altri, la gente ha paura della novità.

Simone: ecco la domanda più importante in cui diamo voce al nostro bimbo interiore. Svelaci il tuo sogno. Il motivo che segna il significato delle tue aspettative personali.

Vivo di sogni, soprattutto ad occhi aperti. Mi piacerebbe vivere viaggiando all’infinito in giro per il mondo, guadagnarmi il pane facendo fotografie, imparare mestieri diversi ogni volta e conoscere nuove persone.


Voglio vivere la mia vita in modo differente e non uguale alla massa; voglio essere felice e rendere felici le persone che amo. Cerco sempre di pormi un obiettivo inerente ai miei principali interessi. Una volta raggiunto ne pongo un altro diverso, sempre. Lo inseguo con talmente tanto impegno che faccio in modo diventi un sogno. Coltivare ed avere una passione fa in modo che la vita abbia un altro sapore e venga vissuta in maniera mai banale e noiosa.


Ho avuto la fortuna durante questi viaggi di incontrare una ragazza che è perennemente incuriosita dalla mia vita, mi segue in tutto ciò che faccio e questo mi fa sentire importante.


Ho voglia di farle vivere un’esperienza simile alla mia per farle capire cosa si provi. Viaggiare in posti remoti mi ha insegnato ad accantonare da qualche parte il mio ego e che non esistono soltanto i miei sogni personali da realizzare, ma anche aiutare a far avverare quelli degli altri.



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E infine Simone ci delizia con un pensiero personale che potrà dare motivazione e spirito a tutti noi:

Da quando ho iniziato a correre, durante tutte le mie gare e durante tutti gli allenamenti svolti in questi anni, mi dico spesso: "DOVE NON ARRIVANO LE GAMBE ARRIVA IL CUORE."


Lo scorso anno ho corso la 100 km del Passatore in 16 ore. Seppur piccolo, considero anch’esso un viaggio sia fisico che psichico. Quando sono arrivato l’emozione è stata pazzesca. Immagina cinque mesi di allenamenti, di sacrifici, a svolgere una vita semi-monastica. Ripetevo spesso questa frase dentro di me ogni volta.


È diventata il mio mantra, non solo per la corsa. Mi aiuta e mi dà la carica. Non è soltanto una frase ad effetto, ma è un incitamento a non mollare mai in ogni momento difficile. Perché in fondo la vita è come una maratona.






***Vi ricordo che potete seguire Simone sulla sua pagina Instagram da qui***


***Oppure se vorrete seguirlo nel suo viaggio personale su Amazon e altri store trovate il suo libro “Curry, Buddha e Maratone.” Non perdete questa chance***




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Claudio - Travel Writer

Ciao viaggiatore, sono Claudio.

 

Un giorno di 6 anni ho deciso di cominciare a viaggiare vivendo finalmente in condizione dei miei sogni.

Da allora ho vissuto a Londra, Malaga, New York, Auckland, Bergen, Perth e ho avuto il privilegio di visitare più di 30 paesi nel mondo.

Viaggiando ho scoperto la passione per la scrittura e in questo tempo mi sono auto prodotto 2 romanzi ispirati alla mia vita, ho un Podcast motivazionale su Spotify, scrivo poesie e gestisco questo blog che mi offre la chance di condividere la mia vita con te.

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