• Claudio Longo

Finalmente il sogno - Ho vissuto a New York

Aggiornato il: mag 4

80 giorni vissuti in una delle più grandi città al mondo, l’idea americana scolpita dalle realtà dell’east side di Manhattan ad un angolo di Brooklyn dove mi sono trasferito. Lo sguardo alto verso i grattacieli e la mia prospettiva di libertà più convinta di vincere i miei limiti.




Squilla il telefono


E proprio mentre guardavo le nuvole appese e cercavo una frase per iniziare il nuovo capitolo del mio libro, il telefono, in una notte che stava per accomodarsi dopo un tramonto memorabile, si illumina come non mi sarei mai aspettato.

Sapevo che quella persona in attesa di sentire le mie voce non era un uomo casuale e che non mi stava telefonando solo per chiedermi come stessi. Insomma erano mesi che non ci sentivamo, come d’altronde non sapevo dove si trovasse con precisione, anche se freschi e conditi di sbadata ribellione erano i momenti vissuti quasi un anno prima in una rovente e melodica Andalusia, di cui scriverò un primo articolo a breve.

Ma cosa voleva?

Mi domandai questo nel giro di quei tre secondi che mi fecero rinvenire dalle mie riflessioni come al solito confuse.

“ Allora vieni a darmi una mano a New York per l’apertura del nuovo ristorante? “

Risi istintivamente al primo colpo! Insomma, che cosa avrei potuto rispondere a quel pazzo scatenato che esordì in questo modo quella telefonata forse durata 2 o 3 battute al massimo?

Off post

Non so quanti anni siano passati all’incirca. Ma ricordo che a cavallo di un periodo che disegnava il mio volto pulito e adolescenziale, tendevo ad avere degli inediti e lunghi discorsi con me stesso ‘ad alta voce’ mentre con la mia scassata e rombante Peugeot 206, dirigevo i miei dubbi chissà dove, tra quelle desolate e notturne campagne tra il confine marchigiano e la riviera romagnola.

E a proposito di queste concitate chiacchierate sulla mia crescita personale, era usuale per me alla fine di ogni contatto comunicativo con me stesso, alzare gli occhi al cielo, ringraziandolo per la fortuna concessa, e fargli ogni volta una promessa che fungeva quasi da sfida personale per motivarmi.

Quella sera gli dissi: “ Ti prometto una vita imprevedibile.“



Back to the post. Cheers guys


Finisce la telefonata

Insomma attacco, dopo aver manifestato il mio totale stupore, aver asciugato il mio sudore della mia mano sul jeans, aver fatto un sospiro profondo e ovviamente ricavato una pronta risposta.

Gia, perché uno come ‘lui’ non avrebbe voluto attendere a lungo.

Immaginate quel breve e batti e ribatti come una partita ad eliminazione diretta. (dentro o fuori per la qualificazione.)

Questo è Lanfranco

Lui con la sua barba folta, la sua storia senza confini tra 4 continenti,

la sua voglia terribile di ‘andare’ almeno 5 volte più forte della mia, il suo aspetto sicuro, cinico e comico, raccolto da un’umiltà che non potrebbe passare inosservata, il suo sguardo che la diceva lunga su un percorso di vita strepitoso che ha visto il suo interesse e le sue mani in pasta nelle cucine migliori del mondo, e che col suo eccellente proseguo continua a lambire di desideri svelati la sua vita.

Insomma, tutto questo in un quadro emotivo che mi porta a dipingerlo in questa maniera.


“ Uno chef con le palle. Un vero uomo prima di essere un vero cuoco. “

Ma dove mi trovavo io?

Ero nell’atrio del bellissimo giardino, nella casa che stava ospitando i miei giorni in quel che era il secondo tempo del mio anno australiano. Ero ai tropici nel “ Far North Queensland “ e mentre mi perdevo in intense passeggiate per fare chiarezza nella mia mente, cercavo di realizzare quanto successo poco prima.

Il mio visto stava per scadere! Mancavano all’incirca due mesi scarsi alla mia uscita dalla terra dei canguri e nel frattempo più di una vaga idea, aveva ormai cominciato a stuzzicarmi sul mio viaggio successivo. Avevo un pallino coltivato da tempo e che ormai in quelle settimane concitate, stava avanzando con una smaniosa convinzione di diventare reale.

Ormai mancavano solo i biglietti e l’ufficialità. Dopo l’esperienza in Australia avrei investito tutti i soldi guadagnati per concentrarli nel

viaggio dei viaggi “ che mi avrebbe portato prima in Nepal per fare il cammino dell’Annapurna fino al campo base dell’Everest, poi da lì, mi sarei collegato da Katmandu a Varanasi, per consacrare la mia idea di sentirmi pronto e maturo per vivere a modo mio l’India, e ancora, per chiudere il viaggio in bellezza con un pronto e glorioso ritorno in Europa, avrei preso la transiberiana che dopo diverse tappe allettanti tra Cina, Mongolia e Russia mi avrebbe riportato agevolmente sulla strada verso casa.


“ Forse non era ancora giunto il momento di vivere quel viaggio.’’


“ Da Port Douglas a New York “

Questo poteva essere un ottimo titolo per il mio nuovo libro, invece, è quanto mi disse la mia meravigliosa padrona di casa, quando col suo sorriso stupito, udì nel raggio di un brillante momento, quella che sarebbe stata la mia successiva esperienza.

Infondo, le due destinazioni cosi distanti e differenti in tutto e per tutto, suonavano bene nella loro perfetta contraddizione, che avrebbero prima visto il mio sguardo salutare quella spiaggia quasi sempre deserta, rivestita di lunghe e carnose palme, attraverso i miei passi che vivevano il timore di essere rincorso da un coccodrillo che da un momento all’altro sarebbe potuto uscire da una mangrovia, sino al successivo momento di sentimi catapultato, sconvolto e incantato dai rumori e il traffico incessante di un’affascinante ” Times Square ”.






Welcome NYC

Scendo dal bus, appoggio le mie cose su un angolo di marciapiede libero, alzo gli occhi e comincio a fantasticare.

Avevo pochissimo tempo per ricompormi, ricalcolare le idee, prendere confidenza col luogo e capire come prendere le “misure” alla città. La mia frenesia seminava voglia di sapere, come la mia testa pesava dalla voglia di abbandonarsi ad un profondo sonno.

Ma ero a New York!!! Rimbombante tra l’idea di credere che stessi ancora sognando e quella di dovermi rendere conto, mentre con la mia valigia che trascinavano qua e là alla ricerca dell’orientamento, riaprivo le mie palpebre, mi davo una scrollata e cercavo di realizzare la direzione da prendere nella zona di Union Square.




È tutto vero!

Con un mezzo miracolo senza commettere errori riesco ad arrivare all’incrocio tra l’Avenue B e l’11St dell’east di Manhattan. Proprio a pochi passi dal palazzo dove Lanfranco viveva.

Dopo un paio di ore arriva lui calzante del suo solito umorismo da viaggiatore, e felice di averlo riabbracciato dopo le rispettive avventure ci accomodiamo su in terrazza vista Empire State Building con un sestetto di birre gelate e i caldi raggi solari dell’Indian summer newyorkese.



I tombini fumano per davvero!

Forse è stata questa una delle prime cose chi ma ha fatto sorridere il giorno successivo quando dopo aver noleggiato due biciclette, lui mi ha portato ad una prima spolverata delle tante attrattive disponibili.

Imponente, surreale e meravigliosamente bello si presentava il ponte di Brooklyn. Impossibile non restare a bocca aperta se penso a quante volte avevo fantasticato nei miei sogni, quanti film e storia scritta scorreva nella mia memoria facendomi cosi perdere in flash continui.

Caotica, affascinante e reale di una vita di tutti i giorni la maestosità di Chinatown con tutto il suo mondo che vive del commercio di ogni tipo di articolo, in quella che possiamo definire “ la città nella città “ che non muore neanche per un secondo della giornata.



Una scoperta continua

In soli pochi passi si passava da un rombo assordante di clacson, etnie asiatiche e sudamericane messe a confronto dinanzi a bancarelle con crostacei, formaggi e spezie, alla tranquillità di un nuovo parco che cosi fresco e silenzioso vedeva la sola presenza di qualche giocoso scoiattolo, garantendoti la chance di respirare ed evadere dal continuo osservarsi.

Era successa la stessa cosa alcuni giorno quando dal delirio di Soho, capitanata da traffico, piccoli set cinematografici e assalti ai negozi con le firme più style, mi ritrovai, ancora una volta da Manhattan a Brooklyn, per andare a vedere con Lanfranco come procedevano i lavori per l’ultimazione del nuovo ristorante, ed è lì, che ebbi modo di entrare in un quartiere di spicco e davvero impeccabile. Eravamo a Clinton Hill, un delizioso sobborgo raccolto da antichi palazzi a schiera che ricordano alcuni angoli di Parigi, e meravigliosi alberi che abbracciandosi quasi tra loro da ambedue i lati della strada creavano un’arcata dove riusciva a passare qualche timido raggio di sole e un lieve vento, che spostando qualche foglia mi creava un tappeto lieto di accogliere i miei passi come quelli di un principe nel suo regno ritrovato.





Vacanze finite

« Hai voglia di farti qualche extra nell’altro ristorante del mio capo da stasera? Il loro cuoco si è ammalato. »

Lanfranco mi piombò con questa proposta da un momento all’altro senza neanche immaginarmi con chi avrei lavorato, cosa avrei fatto e come ci sarei andato. Mi veniva da ridere e non sapevo perché. Forse in cuor sincero posso dire che non avevo niente da perdere e che magari conoscere altri contesti culinari non mi avrebbe fatto di certo male.

« Certooo… Sarò prontissimo non preoccuparti. »

Io e la mia valigia

Le due serate andarono benissimo e nel giro di pochi minuti feci amicizia con tutta la brigata di cuochi che provenivano da Messico, El Salvador e Guatemala. Ricordo che al termine della seconda serata io e altri due di loro trovammo posto in un piccolo negozio di alimentari che possedeva un angolo con dei tavolini e sgabelli e da quel momento cominciarono a scorrere fiumi di birra e battute su alcune vecchie avventure col mio rispolverato e tagliente spagnolo, sino alle 3 di un fresco e ventoso mattino.

E proprio mentre stavo cercando di tornare a casa in qualche modo, un fulmine a ciel sereno mi ricordò che l’indomani avrei dovuto lasciare la casa di Lanfranco e il suo comodo divano in salotto dove ci avevo dormito per ben 12 notti. Proprio all’indomani sarebbe arrivato dall’Italia un suo carissimo amico di infanzia, pertanto io mi sarei trasferito per una settimana in zona Cortelyou road in una Brooklyn a me totalmente sconosciuta.

Vacanze finite “ La seconda serie “

Soltanto qualche giorno dopo Lanfranco torna da me dicendomi:

« Longo, vuoi andare a farti il week-end in un altro ristorante qui a Manhattan? Il mio capo ti vuole conoscere. » Sorpreso gli risposi : « Ma quanti ristoranti possiede il tuo capo?»

Rise lui con entusiasmo precoce come spesso gli capitava e poi mi disse

« Ne ha tanti. Allora cosa gli dico, ci vai o no? »

« Certo che ci vado. » Come potrei dirti di no!

Rincuorato lui mi sorrise e poi concluse:

« Dai che tra qualche giorno torni a dormire da me nell’east village. Lo so che ti manca il mio divano. ahaha »


1 Mese dopo…

aver sbattuto la mia valigia in ogni angolo di ogni treno di ogni distretto di New York, aver lavorato in tre cucine diverse, aver traslocato 3 volte, riuscii a trovare finalmente una stanza tutta per me in zona Bushwick a Brooklyn.

Ero emotivamente sfinito e pensavo di aver ormai dato tutto quello che avevo.

Ma la voglia di scoperta era succube di me. Non volevo fermarmi per nessun motivo al mondo e non appena avevo un momento libero mi cimentavo continuamente nella vita di città, nelle emozioni che solo la strada poteva darmi.



La vita di un film nella città infinita

Il mio tempo a NYC era limitato e profonde erano le mie occhiaie che non dormivano neanche quando chiudevo gli occhi per sognare la mia immagine in qualcosa di artistico che potesse darmi linfa e nuove energie.

Camminando per la seconda volta a Times Square provavo a rivedere il volto, le folli descrizioni e le serate brave di Jack Kerouac nel ’55 con la sua Beat Generation.

Poi mi bastava svoltare sulla Fifty Avenue e risentirmi nei celebri e sinceri versi di Sting che per lunghi anni ho cantato, ma mai, come quella volta credo di aver capito. Tornando a Soho un velo di fascinoso incanto colpiva anche me al pensiero di sentirmi bello e travolgente come Paul Martel in “ L’amore infedele “ che con la sua casa con migliaia di libri, un sottofondo di jazz e una donna dalla selvaggia e disarmante attrazione donava alla mia fantasia la visione che qualcosa di simile o giù di lì, sarebbe successa anche a me un giorno o l’altro.

Ridevo istericamente quando trovandomi nel West Village non potevo fare altro che immaginare la Ferrari guidata e spinta a manetta dal tenente colonnello Frank Slade in “ Profumo di donna“, che col suo cinismo misto ad una pungente schiettezza mi faceva venire voglia di ripetere con orgoglio tutte le sue battute migliori.




Forse…

ho solo cominciato, ma adesso che sto scrivendo con il cuore, egli stesso a distanza di qualche tempo rischierebbe di esplodere di emozioni al sol pensiero di questa avventura newyorkese, che ricordo e rivedo in ogni piccolo pezzetto di me che cercava di prendere arte e atteggiamenti da ognuno di questi personaggi. E alla fine di questa fuga fantasiosa la sensazione che ricevo in cambio è quella sentirmi privilegiato per averne fatto parte e averci messo tutto me stesso.

I titoli di coda

Nonostante c’era più di una vaga possibilità di restare in USA attraverso vie legali e la richiesta di un visto complicato da ottenere, credo, a mente fredda e in tutta franchezza che io stesso non avevo mai creduto ad una permanenza superiore ai miei giorni stabiliti.

Non saprei dire con certezza quale possa essere la mia posizione a riguardo.

Nella mia totale incompletezza di schierarmi, io vorrei solo sentirmi infinitamente un ragazzino, costantemente come il più piccolo della comitiva, quello che non deve pensare alle decisioni importanti e avere carichi di altre persone da mantenere.

Vorrei solo apparire come un folletto, che col suo tappeto di sogni balza da un continente all’altro raccontando le sue fantasie, strani sogni e strambe teorie su come realizzarli. Cosi, come voglio credere che il mio telefono un giorno tornerà a squillare come quella notte in Australia e che fedelmente al mio modo di essere, seguirò soltanto la direzione illuminata dal battito del mio cuore.

JFK Airport

Sto per decollare da questa folle città che nei suoi giorni di frenetica guida mi hanno insegnato che ha volte basta dire “ Si ” per cambiarti la vita, trovarti senza saperlo in una direzione o una scelta dettata da un destino che ha deciso di accudire i tuoi ambiziosi anni di crederci sempre e andare avanti.

L’aereo dopo svariate ore di ritardo sta per aumentare i giri del motore e andarsene…

E allora in questo momento non resta che l’immaginazione a colmare i ricordi dei miei ultimi passi tra quelle vie di Brooklyn che con le sue foglie dipinte di giallo stavano abbandonando un autunno voglioso di desiderio e i miei passi nostalgici di lasciare quel luogo, ma, coraggiosi di viverne un altro, ricordandomi prima di addormentarmi tra le nuvole che osserveranno dall’alto l’oceano, di quel messaggio che ho trovato in un biscottino giapponese durante una giornata trascorsa a Staten Island.


“ Ricorda che sarà soltanto la tua ingenuità a spingerti dove tu non sai.“



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Claudio - Travel Writer

Ciao viaggiatore, sono Claudio.

 

Un giorno di 6 anni ho deciso di cominciare a viaggiare vivendo finalmente in condizione dei miei sogni.

Da allora ho vissuto a Londra, Malaga, New York, Auckland, Bergen, Perth e ho avuto il privilegio di visitare più di 30 paesi nel mondo.

Viaggiando ho scoperto la passione per la scrittura e in questo tempo mi sono auto prodotto 2 romanzi ispirati alla mia vita, ho un Podcast motivazionale su Spotify, scrivo poesie e gestisco questo blog che mi offre la chance di condividere la mia vita con te.

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